Riflessioni
Alcuni pensieri sul tempo presente, sulla realtà politica, sociale, culturale che ci circonda.
-
Sinceramente non sapevo che i morti potessero avere una cittadinanza terrena: credevo che avessero diritto solo al domicilio, dove portare dei fiori...
Invece, si fa tanto parlare per la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, voluta dal consiglio comunale di un paese il cui nome rimane indissolubilmente legato alla storia dell’ultimo fascismo.
Tante le polemiche sollevate da chi vede in questo atto un tentativo di cancellare la storia, di eliminare un capitolo doloroso tirando una riga sul nome «Benito Mussolini», scritto nel registro dell’anagrafe di Salò.
In realtà, a ben vedere, non si cancella la Storia con questa decisione, ma se ne scrive un nuovo paragrafo, si aggiunge materiale e documentazione al lavoro dello storico del futuro, che dovrà spiegare ai suoi contemporanei il perché di un atto politico.
Come lo storico del presente è chiamato a dare ragione del conferimento nel 1924 di quella cittadinanza onoraria, così gli studiosi che da qui a cento anni si interesseranno delle vicende politiche del nostro paese dovranno spiegare per quali il consiglio comunale di Salò ha compiuto un atto – per quanto piccolo – storico, nel senso che segna una nuova tappa nel cammino, per nulla lineare, che le nostre comunità percorrono nel tempo.
Il fatto è però “materia prima” della Storia e, come una pietra grezza ha bisogno di essere squadrata e collocata nel punto giusto della muratura, così l’avvenimento deve essere interpretato per assumere un significato.
Se sull’atto del conferimento della cittadinanza, possiamo essere tutti abbastanza concordi nel ritenerlo un tentativo di attirare il favore e l’attenzione del regime nascente, più interessante e complesso è domandarsi perché revocarla proprio ora.
L’atto è puramente politico ed ha suscitato, come ogni atto politico, un nugolo di polemiche.
Ma oltre a questo polverone, quali saranno le ripercussioni pratiche? Attenzione: non è questa una domanda oziosa, fondata sul benaltrismo sollevato in questi giorni quale ragione di chi si è opposto alla scelta del consiglio comunale.
È la domanda che si deve porre lo storico nel difficile compito di dare un senso agli avvenimenti descritti dalle fonti con cui lavora, per trovare quel filo rosso che invisibilmente lega un fatto alla sua conseguenza, la causa al suo effetto, al fine di costruire una narrazione sensata e coerente.
Al momento parrebbe che le conseguenze dirette e immediate siano limitate alle polemiche che la decisione ha fatto esplodere, dividendo l’opinione pubblica non solo locale, ma anche a livello nazionale, con spazio sui quotidiani e sulle televisioni dell’intero Paese.
Un bel giro di pubblicità per un comune che certamente non ne ha bisogno, o piuttosto per un’amministrazione comunale giovane e nuova, che invece ne ha una gran fame.
Ovviamente non tutti hanno applaudito alla decisione,ma insomma: bene o male, purché se ne parli.
E dunque complimenti per la trovata pubblicitaria, che nella sua semplicità ottiene due effetti principali.
Da un lato intestarsi un bel po’di articoli e minuti televisivi senza dover spendere un centesimo.
Della qual cosa il contribuente salodiano può essere felice.
Anche il tempismo è rivelatore di questa prima finalità: da qualche settimana è disponibile sulle piattaforme online una serie televisiva dedicata al giovane Mussolini che, insieme al Festival di Sanremo, è stata l’avvenimento televisivo di questi primi piovosi mesi del 2025.
Quale momento migliore per la revoca della cittadinanza al Duce, se non dopo che l’opinione pubblica era già stata ben riscaldata dalle prime otto puntate de Il figlio del secolo?
Seconda conseguenza: cavalcare l’onda del progressismo internazionale, che rimuove statue e cancella targhe, posiziona l’Amministrazione in un ambito politico ben definito e chiarisce una volta per tutte la natura illusoria e ambigua che si nasconde dietro ogni lista “Civica”.
Mi chiedo quanto questo secondo effetto fosse voluto e ricercato, viste le ovvie conseguenze politiche che porterà con sé quando verranno le prossime – ma ancora ragionevolmente lontane – elezioni.
Ma si sa, gli avvenimenti storici che ottengono l’esatto effetto sperato da chi li compie sono rari: anche Colombo pensava di andare in India.
Infine,mi sento di spendere una parola anche per il comune di Vobarno, citando le parole del nostro Sindaco durante l’ultima campagna elettorale: meglio occuparsi dei vivi e lasciare i morti dove stanno.
E aggiungo: il pericolo di risvegliarli cercando di sotterrarli meglio è anche questione di tratti di penna su un registro, il cui contenuto altrimenti sarebbe rimasto sconosciuto ai più.
Matteo Rossi
Dottorando in Studi Storici, Università di Padova
Delegato alla cultura del Comune di Vobarno
-
L’Europa e la democrazia come finzione — Post di Stefano Fontana (8 marzo 2025)
La democrazia europea dimostra sempre più di avere alla base una finzione. Le recenti elezioni politiche in Germania lo hanno evidenziato ancora una volta. I partiti che hanno perso andranno con grande probabilità al governo con il partito che ha vinto. Chi ha preso solo una manciata di voti ottiene lo stesso risultato di chi ha fatto il pieno. Era successo così anche a seguito delle elezioni del parlamento europeo. Anche in quel caso socialdemocratici e verdi, molto ridimensionati alle urne, sono stati cooptati nella maggioranza di Strasburgo e nel “governo” (le virgolette nel caso dell’Unione sono d’obbligo”) della Von del Leyen. C’è poi il fatto che, data ormai la grande astensione dal voto per una diffusa disaffezione diversamente motivata, chi viene eletto raccoglie solo una piccola parte dell’elettorato. Le percentuali di consensi che i partiti sbandierano riguardano non gli aventi diritto al voto ma quanti si sono recati alle urne, quindi sono la maggioranza sì ma di una minoranza, ossia minoranza anch’essi. Il principio di maggioranza è diventato il principio di minoranza. A questo si aggiunge il problema del “parlamentarismo”, un vanto delle democrazie europee ma che si regge anch’esso su una finzione. Il parlamentarismo, principio secondo il quale la centralità della vita politica starebbe nel parlamento, permette quello che è successo a Strasburgo e che probabilmente succederà a Berlino, vale a dire gli accordi per stabilire una maggioranza cooptando i perdenti. È evidente che tutto questo sfilaccia la democrazia e il bello è che lo fa democraticamente.Non si deve pensare che queste magie democratiche, per cui chi perde governa, siano casuali. Alla loro base c’è una finzione, anzi più di una, che ne caratterizza la natura. Se non viene riveduta a fondo, la nostra democrazia non può che essere una finzione. Uno dei filosofi della politica che hanno influenzato in modo particolare la democrazia europea recente è stato Hans Kelsen. Egli era un giurista e un politologo “positivista”, negatore dell’esistenza di un diritto naturale. Era anche dell’idea, come Max Weber, che i valori fossero solo atti di volontà e fautore di una “dottrina pura del diritto”, ove per “pura” egli intendeva appunto una dottrina priva di valori e derivante solo da una Grundnorm, o norma fondamentale, semplicemente posta dal potere.
Nella sua opera “La democrazia”, risalente agli Venti del secolo scorso, egli giustifica una prima finzione, ossia il passaggio dalla democrazia diretta alla democrazia partecipativa. Si tratta di una finzione perché la volontà di tutti viene ceduta alla volontà di alcuni, ritenuti, appunto tramite la finzione, ugualmente espressione della volontà generale. È vero che per Rousseau la volontà generale non è sinonimo di maggioranza numerica né della espressa volontà di tutti, ma per una visione positivista come quella di Kelsen dovrebbe essere così, perché altrimenti si cadrebbe nelle mani di valori assoluti indipendentemente dal voto dei cittadini come avviene nei totalitarismi. Quindi prima si è costretti a fingere che la volontà di chi si reca alle urne abbia il valore della volontà di tutti, e poi si è costretti a fingere che la volontà degli eletti rappresenti la volontà di tutti. Si tratta di una doppia finzione procedurale che, secondo Kelsen, non contraddice i presupposti democratici perché renderebbe applicabile nel concreto il patto iniziale col quale i cittadini hanno fondato la società. Così, però, emerge un’altra finzione, anzi la finzione fondamentale, perché questo supposto patto, con cui tutti i cittadini avrebbero dato vita alla società sottoponendosi ad una norma fondamentale posta dal potere in loro nome, non è mai esistito. E così nel novero delle finzioni siamo arrivati addirittura a tre. Di tutte e tre, la principale è quest’ultima, perché è quella fondativa, le altre vengono di conseguenza.
Agli inizi della moderna Dottrina sociale della Chiesa, pontefici come Leone XIII avevano messo in evidenza come la democrazia liberale fosse una finzione. Avevano detto che l’errore originario era di fingere che il popolo fosse “moderatore di se stesso”, in quanto origine e fondamento, tramite un presunto patto, della vita sociale. In base a questa finzione, chi è sottomesso all’ordine sociale sarebbe anche l’autore di quello stesso ordine. In questo modo si pensava di dare tutto il potere al popolo, ma poi si finse che degli eletti dal popolo ugualmente esprimessero per convenzione il volere del popolo, si finse anche che questa delega fosse valida anche se fatta da un’esigua minoranza, e che fosse pienamente democratica anche se fatta da una aggregazione qualsiasi di partiti diversi nata in parlamento. L’artificio originario del popolo moderatore di se stesso si prolungò quindi nelle altre finzioni convenzionali fino agli esiti delle elezioni tedesche dei giorni scorsi.
Scriveva Kelsen: “L’unità del popolo rappresenta un postulato etico-politico che l’ideologia politica assume come reale con l’aiuto di una finzione tanto universalmente accettata che ormai non si pensa più di criticare”. Sarebbe invece il caso di riprendere a criticarla.
Stefano Fontana
-
Traduzione in italiano di un articolo di Lord David Frost, già deputato conservatore, ministro e diplomatico nel Regno Unito, per il quotidiano The Daily Telegraph. L’autore riflette sul convergere di forze islamiste e radicali nel panorama politico britannico e sul valore esemplare di questa convergenza per tutte le nazioni occidentali. Tutti i diritti sono riservati all’autore, mentre eventuali errori sono da ascriversi esclusivamente al traduttore. La riproduzione in questa forma è vietata.
Una nuova forza sta emergendo nel nostro panorama politico. Non si tratta del populismo di estrema destra che tanti sembrano temere, ma di una forza di natura opposta. Il primo passo per farci i conti è descriverla con onestà.
Alcuni ritengono che il tentativo di mettere a tacere Nigel Farage, alla conferenza National Conservatism tenutasi a Bruxelles questa settimana, sia stato un esempio di come il globalismo dell’Unione Europea si abbatte sul dissenso. Non penso che questa valutazione sia corretta. Senza dubbio, le istituzioni europee non nutrono un rispetto particolare per la libertà di parola. Tuttavia, bisogna riconoscere che Alexander De Croo, il primo ministro belga, si è espresso contro il divieto emesso [dal sindaco di Bruxelles] ai danni di National Conservatism, e una delle più autorevoli corti del Belgio ha finito per respingerlo. Pare che la pressione sia provenuta da altrove.
La minaccia, vera o presunta, di manifestanti ‘antifascisti’ di estrema sinistra sembra avere avuto un ruolo in queste vicende. Eppure, il sindaco di Bruxelles, Emir Kir, ha giustificato la sua ordinanza di divieto con alcuni argomenti classici del pensiero unico: i nazionalisti e conservatori [riuniti alla conferenza] avrebbero rappresentato una minaccia per la legislazione su matrimonio omosessuale e aborto. A dire il vero, il sindaco Kir non è particolarmente allineato con il pensiero unico; è più un politico astuto supportato dai voti dei migranti. Nel 2019, in un programma di Saudi TV, avanzò un’accusa controversa contro il governo belga, sostenendo che una serie di misure di sicurezza rivolte in modo particolare a cittadini musulmani avevano delle sfumature di nazismo. Ciliegina sulla torta, nel 2020 Kir incontrò alcuni membri del partito Movimento Nazionalista, una forza politica turca che riunisce elementi di estrema destra e nazionalisti islamisti. Questa uscita gli costò l’espulsione dal Partito Socialista belga.
Dov’è che abbiamo già visto questo convergere di estremismo di sinistra, islamismo e pensiero unico? Certamente non a Davos; ben di più per le strade di Londra, durante le proteste a favore di Gaza. In effetti, se si guarda da vicino a quelle manifestazioni antisraeliane, si riscontra l’unione dei tre elementi di cui scrivo: in primo luogo, musulmani di diverse convinzioni – ortodossi, fondamentalisti o propriamente estremisti; in secondo luogo, la vecchia sinistra – comunisti, movimenti operai socialisti e via dicendo; infine, i sostenitori interessati delle cause ‘woke’ o del pensiero unico: promotori di diritti LGBT, promotori di diritti umani e della cosiddetta ‘politica dell’identità’. Tutti costoro professano solidarietà alla causa palestinese, indipendentemente dal grado di improbabilità che promotori di diritti LGBT vengano accolti a braccia aperte a Gaza. Questo mix di ideologie spiega, a mio giudizio, perché tante persone non sono semplicemente critiche, ma completamente snervate da queste manifestazioni intimidatorie: avvertono che qualcosa di insolito e di sinistro sta emergendo nella politica britannica. […]
Estremisti di sinistra e islamisti hanno imparato a lavorare insieme. In Francia questo fenomeno ha addirittura un nome – islamo-gauchisme, ovvero islamismo di sinistra – anche se i gruppi politici che gli corrispondono restano ai margini. La chiave della loro influenza nelle conversazioni politiche attuali sta proprio nella loro abilità di rivolgersi al pensiero unico, che è ormai moneta corrente nei dibattiti progressisti. Così, questi amanti paradossali si trovano a collaborare perché condividono una certa visione della società.
Tutti questi attivisti, infatti, vedono la società come un agglomerato fondato su dei diritti: una forma regressiva e fondamentalmente collettivista di vita condivisa, per cui le persone concepiscono i loro diritti come derivanti dalla loro identità di classe o di gruppo (etnia, religione, benessere finanziario, identità di genere, o semplice opinione). Credono che la società non sia un guidata da collaborazioni produttive tra individui bensì da un conflitto a somma zero tra gruppi che competono per il potere, cioè una lotta in cui non c’è spazio per tollerare o esprimere liberamente delle opinioni.
Essendo consapevoli che questa visione è antistorica, cercano di presentare l’attualità come una sorta di anno zero; in questo modo, possono creare una rappresentazione immaginaria del passato come epoca di oppressione delle minoranze da parte dei potenti. Per alcuni, i ‘potenti’ non sono altro che ricchi uomini bianchi, o il concetto stesso di ‘identità bianca’, o i valori cristiani e occidentali. Per altri, ‘potere’ significa capitalismo, grandi imprese e neoliberismo; per altri ancora significa, oggi come sempre, gli Ebrei. È per questo che l’antipatia per Israele, in quanto Paese occidentale di successo, che si basa su libertà e libero mercato, rappresenta la causa perfetta perché queste forze si coalizzino pubblicamente. Questo convergere, però, non si fermerà a Israele: ambisce a colpire tutti noi.
Il primo passo per combattere questo movimento comunitarista e fondamentalmente antioccidentale è riconoscere la sua esistenza. Il secondo è irrobustire vigorosamente la nostra legislazione contro le intimidazioni e a favore della libertà di espressione. Il terzo è privarlo di potere di acquisto istituzionale, rimuovendo qualunque possibilità di assumere o promuovere personale in base a delle categorie di appartenenza, anziché per meriti individuali; rifiutarsi di riscrivere la nostra storia, cambiare nomi, deporre monumenti o accettare l’idea che la Gran Bretagna non ha mai avuto una società uniforme. Il quarto è cacciare dal Partito Conservatore chiunque non sia d’accordo con questo atteggiamento. Il quinto è responsabilità del Partito Laburista. In quanto principale forza socialdemocratica, continueranno a ospitare queste forze settarie e a sbeffeggiare gli avversari come quando è stata introdotta l’ordinanza contro National Conservatism a Bruxelles? Oppure guarderanno a questo fenomeno per quello che veramente è, ovvero antitradizionalista, antioccidentale, opposto alla nostra civiltà e ai suoi obiettivi? Non sono impaziente di scoprire la risposta.
-
Questo discorso, pronunciato in francese da Éric Zemmour e distribuito in traduzione inglese al pubblico di NatCon Bruxelles (16-17 aprile 2024), è stato tradotto in italiano dall’Associazione Gioberti. Solo pochi passi di natura esplicitamente propagandistica sono stati omessi. Tutti i diritti sono riservati all’autore, mentre eventuali errori sono da ascriversi esclusivamente al traduttore. La riproduzione in questa forma è vietata.
Cari amici,
Grazie per il vostro invito e il caloroso benvenuto! Sono felice di essere con voi oggi, tra Europei, tra persone occidentali, a condividere la soddisfazione di essere ciò che siamo e la determinazione a rimanere tali.
L’Europa ha una storia lunga e importante. Questa, come tutte le grandi storie, si estende attraverso spazi vasti e numerosi secoli, ed è stata segnata da drammi di straordinaria entità. L’Europa ha attraversato guerre, tra cui le due guerre mondiali recenti; ha attraversato calamità naturali, epidemie, carestie, crisi economiche, invasioni e guerre civili. Ce l’ha sempre fatta – più o meno rapidamente, a volte con grande lentezza, ma sempre con coraggio e talento. Possiamo addirittura parlare di una resilienza europea, una capacità della nostra civiltà di comprendere i propri errori e migliorare per progredire.
L’Europa è un miracolo. All’apparenza, non sembrerebbe granché. È il più piccolo continente del mondo, incuneato tra l’Asia e il mare. L’Europa non ha né le distese gigantesche del continente americano né la concentrazione di masse dell’Asia. Eppure, è il cuore pulsante dell’avventura umana. Nell’arco di pochi secoli, l’Europa ha inventato tutto: i monasteri, lo stile gotico, il canto gregoriano, il credito documentario, il feudalesimo, il cannone, la stampa, la musica sinfonica, la bussola, il motore a vapore, l’elettricità, il motore a scoppio, il treno, il cinema, l’aereo e molto altro.
È stata l’Europa, prima con le sue navi, poi con i suoi treni e i suoi aerei, a scoprire e mettere in comunicazione il mondo. È stata l’Europa, con le sue norme igieniche, i suoi vaccini e i suoi medicinali, a prendersi cura dell’umanità. È stata l’Europa a pensare la dimensione temporale e quella spirituale come oggetti distinti. È stata l’Europa che ha inventato la nozione di individuo, emancipando l’uomo dalle logiche del clan e della tribù, e consentendogli così di essere libero. È in Europa che si sono sviluppati il Rinascimento e la Rivoluzione industriale. E ogni volta che c’è stata una invenzione di tipo tecnico, intellettuale, artistico, politico, economico o scientifico in qualsiasi angolo d’Europa, l’intero continente, in pochi anni, se ne è appropriato.
L’Europa non è un Paese, non è un popolo e non è una nazione, ma è una civiltà, unica e intera, plasmata dallo spirito giudaico-cristiano e greco-romano. L’Unione Europea non ha neanche cent’anni, mentre la nostra Europa ne ha più di duemila. Coloro che si riconoscono in questo patrimonio, lo fanno proprio e desiderano perpetuarlo: questi sono europei. Coloro che non si riconoscono in questo patrimonio appartengono a un’altra civiltà.
Il nostro continente è davvero antico: è vero, le sue radici filosofiche, politiche, giuridiche e religiose risalgono a un’epoca che dista da noi più di duemila anni, eppure sembrano stranamente giovani. Dell’Egitto di Cleopatra restano solo macerie; della Roma di Cesare, invece, rimane una visione del mondo che è ancora significativa da molti punti di vista. Noi stessi continuiamo a essere nutriti dal pensiero di autori come Seneca, Marco Aurelio e Cicerone, e ancor di più di Eraclito, Socrate o Platone, anche se a volte non ce ne accorgiamo. Nonostante tutta la sofferenza e le difficoltà, nonostante tutte le volte in cui abbiamo creduto che fosse perduta, la nostra civiltà sembra avere un tratto immortale. Eppure…
L’Europa contemporanea attraversa una nuova crisi, e ciascuno di noi ha il sentore che potrebbe essere l’ultima. Che cosa è questa crisi che potrebbe rivelarsi più profonda, seria e decisiva di tutte quelle precedenti? L’Europa non è sotto bombardamento, non è devastata da epidemie o carestie, eppure nella maggior parte dei nostri paesi milioni di cittadini sentono che tutto ciò in cui credono, tutto ciò che conoscono e sono è sul punto di crollare e scomparire. Ovunque in Europa – dal Portogallo all’Olanda, passando dal Belgio, la Gran Bretagna, l’Italia, la Germania e, naturalmente, la Francia – un senso di urgenza si sta sviluppando e raggiunge tutti gli strati della nostra società, da quelli più modesti a quelli più agiati. Questo senso di urgenza, questa preoccupazione che rasenta la paura, talvolta perfino il panico, consiste nell’impressione che la civiltà europea sia circondata allo stesso tempo da diversi nemici, tutti estremamente pericolosi, e che questo accerchiamento potrebbe avere la meglio su ciò che siamo e su quel che amiamo. A mio giudizio, questi nemici – o, almeno, quelli più ovvi e minacciosi nell’immediato – sono tre.
Il primo è l’islamizzazione del continente. L’Islam è una religione che aspira a dominare tutti gli aspetti della vita, in qualunque luogo diventi abbastanza forte da influenzare e modificare le abitudini quotidiane, fino a minimi particolari come abbigliamento, alimentazione, etc. La lista di ambiti su cui l’Islam vorrebbe estendere il dominio delle proprie leggi è sterminata. L’indebolimento della religione cristiana operato dal pensiero unico di sinistra, nel secolo scorso, ha spalancato le porte a un Islam che sostiene di poter riempire il nostro vuoto spirituale, e che con ogni evidenza intende dominare l’intero continente europeo. E ci sta riuscendo. Pensate a Londra, dove sono stato di recente con alcuni di voi. Pensate alle periferie francesi. La grande sostituzione sta avvenendo, giorno dopo giorno; le terre d’Europa si trasformano progressivamente in terre di jihad, dove regna la violenza, le donne vengono umiliate e le critiche al Corano o a Maometto vengono punite con la morte. Solo chi è ideologizzato o ingenuo osa negare che questa è la realtà dei fatti.
Il secondo nemico che ci circonda e che è anche al centro delle elezioni europee imminenti è la burocrazia dell’Unione Europea e la tirannia dei suoi giudici. Un mostro straordinario, ingombrante, ubiquo, che continua a crescere, produce ogni sorta di legge, proibizione, forma di controllo e censura, al punto che quello che è stato così a lungo il continente della libertà sta progressivamente diventando una zona di estrema povertà in questo ambito così importante – quello, appunto, delle libertà. I nostri amici polacchi e ungheresi ne sanno qualcosa. Le libertà economiche, politiche e culturali sono oggi preda di una burocrazia europea che assomiglia stranamente al comunismo sovietico, anche se in forma diluita. L’Europa di Bruxelles, naturalmente non è comunista, non ancora, ma si muove in quella direzione. Assistiamo a una sorta di socialismo senza volto che prende piede senza essere del tutto totalitario, ma erodendo la democrazia. […]
Il terzo nemico intende distruggere la nostra cultura, la nostra identità e la nostra storia; odia di un odio violento i nostri due millenni di gloria, vittorie, genio e creatività. Sapete di che cosa parlo: del pensiero unico o woke – un’ideologia incredibilmente stupida, vuota e priva di interesse, eppure caratterizzata da aggressività e da una tenacia straordinarie. Non c’è un solo elemento della nostra civiltà che non voglia distruggere: tutto ciò che siamo le è insopportabile; tutto ciò che siamo deve sparire in un rogo altissimo. Il pensiero unico è sì grottesco ma anche incredibilmente pericoloso, perché influenza in modo massiccio gli strumenti di informazione, gli artisti, le istituzioni, ed è diventato il nuovo volto della sinistra, in Europa e oltre: i nostri amici americani sanno a che cosa mi riferisco. Avessero la forza di combattere la cultura woke alla prima occasione utile, in novembre!
Anche io vorrei dire, con tutta la fermezza possibile, a tutti questi interpreti del pensiero unico, che odiano la storia europea, a tutti questi nichilisti, a tutti questi teppisti che ritengono che l’Occidente sia il ricettacolo di ogni male – vorrei dire loro: «Crescete, leggete qualche libro, smettetela di imbrattare la Gioconda di sugo di pomodoro e di distruggere i nostri monumenti, e ringraziate il Cielo di essere nati qui e non altrove! Non siete altro che dei bambini maleducati, che rompono i giocattoli che sono stati loro regalati.» Nessuna civiltà è mai stata eccezionale, creativa e degna di ammirazione quanto la nostra, nessuna!
Vi dico tutto questo da Francese e da ex giornalista devoto alla libertà di espressione e di pensiero. Per questo ho chiamato il mio partito Riconquista,perché abbiamo un […] intero continente da riconquistare. […]Sì, signore e signori, noi Europei dobbiamo combattere tre battaglie in una volta sola per sopravvivere. Dobbiamo difendere la nostra civiltà come se ne andasse delle nostre stesse vite, perché ne va delle nostre stesse vite. Sta a noi salvare il destino della più bella civiltà di sempre. Solo un popolo libero può rendere grande una nazione; solo dei popoli liberi possono fare grande un’Unione che sia veramente europea.
-
Che cosa fa il Presidente dell’Associazione Gioberti a un raduno internazionale di conservatori che ha per tema «Difendere gli Stati nazionali»? È stata questa la prima domanda che il nostro Segretario generale mi ha rivolto quando, a metà dei lavori, ci siamo incontrati per una conversazione virtuale, in diretta Instagram, sui temi di questa conferenza tanto particolare e controversa. Tra le risposte possibili, alcune sarebbero superficiali: il fatto che la Edmund Burke Foundation, un’organizzazione conservatrice americana, mi aveva invitato a contribuire a questo incontro tra conservatori europei, in cui sensibilità e forme di pensiero diverse si incontrano, per richiamare l’Europa alla sua identità occidentale e cristiana; il fatto che sono Vicepresidente anche di un’altra organizzazione – britannica, cattolica e conservatrice – che ha interlocutori importanti nella galassia NatCon. Il motivo più autentico e profondo è stato però un altro: la conferenza National Conservatism di Bruxelles si configurava come un luogo per esplorare e riconciliare delle tensioni, ed è in questi spazi di frontiera che la nostra Associazione realizza al meglio la propria missione.
Delle tensioni concrete che hanno caratterizzato NatCon forse avrete letto sui giornali: il gruppo radicale Antifa e altri volenterosi hanno prima intimidito gli ospiti, costringendo la conferenza a cambiare tre volte la propria sede nel giro di ventiquattro ore; poi hanno protestato con il Sindaco socialista di Bruxelles, che ha emanato un’ordinanza per far sgombrare i locali; la polizia di Stato ha fatto irruzione mentre Nigel Farage parlava e si è subito ritirata, per poi picchettare l’ingresso e impedire a chiunque di accedere o di rientrare una volta uscito, anche solo per una sigaretta o un caffè. Alla fine, dopo un primo giorno tumultuoso, nel cuore della notte le autorità giudiziarie del Belgio hanno deciso che si era fatto abbastanza per sopprimere la libertà di parola e di pensiero di un gruppo ordinato e pacifico, e la conferenza ha potuto affrontare il suo secondo giorno di dibattito senza ulteriori fastidi. Anche in questo caso, però, c’è dell’altro (e di meglio) sotto la superficie: le tensioni nell’ambito delle idee sono state ben più interessanti e istruttive.
Gli interventi di NatCon si sono sviluppati lungo due direttrici principali: quella schiettamente politica e quella culturale e spirituale – i due polmoni con cui, a ben guardare, respira anche l’Associazione Gioberti. In entrambi i casi, le voci dei relatori sono state particolarmente illustri e penetranti: quelle politiche si sono rivolte a temi scottanti dell’attualità, quelle culturali o spirituali a dinamiche di più lungo periodo.
Nel primo intervento della conferenza, il Prof. Riszard Legutko, già ministro polacco e attualmente eurodeputato, ha lanciato un allarme verso la nozione di federalismo. Questo concetto è tornato in voga nella campagna per le elezioni europee imminenti. Tuttavia, il suo reimpiego come parola d’ordine sta avvenendo contrariamente al suo significato d’uso abituale. Secondo il Professore, infatti, l’insistenza sul federalismo da parte di centristi e liberaldemocratici non tradisce una intenzione di ridare potere decisionale alle piccole comunità d’Europa, o almeno agli Stati nazionali, attenendosi al principio di sussidiarietà già sancito dal Trattato di Maastricht; al contrario, serve a giustificare l’idea che bisogna unificare le nazioni europee verso l’alto, superando il principio di unanimità all’interno delle istituzioni comunitarie. Questa scelta, a suo giudizio, promuoverà in modo sempre più efficiente (e costrittivo per chi si opponesse) le varie agende politiche di cui l’Unione Europea è stata tanto prodiga in questi anni. Basta leggere il programma elettorale di una qualunque tra le liste centriste in Italia per rendersi conto che questa strategia è reale e già all’opera. Altri oratori si sono poi uniti al Prof. Legutko nel denunciare le proposte attuali di federalismo pan-europeo come attacchi scaltri ma pericolosi alla sussidiarietà e a qualunque spazio di autogoverno.
Tra queste, se ne sono levate alcune particolarmente autorevoli a confermare il quadro a tinte fosche dipinto da Legutko. Nigel Farage, politico britannico di primo piano e già leader del Brexit Party, ha citato Tony Blair per sostenere che l’Unione Europea si è trasformata «da progetto di pace in progetto di potere»; data la sua natura ormai oggettivamente antidemocratica, sarebbe illusorio immaginare di riformarla dall’interno o interromperne le linee di sviluppo. Come l’esempio britannico illustra, l’unica via di uscita per riconquistare libertà e sovranità è abbandonare il progetto dell’Unione. Un punto a favore di Farage, radicale come sempre nelle sue considerazioni, è avere affermato, unico tra i relatori, la necessità di posizionarsi in maniera consapevole nei confronti della Cina. Lungimiranza? Coincidenza? Chissà.
Senza dubbio, un pericolo che è stato sollevato ripetutamente, e in forma magistrale dal Prof. Matthew Goodwin (Università del Kent), è stato quello della combinazione tra tendenze demografiche e islamizzazione del continente: la crescita accelerata di immigrazione e Islam rappresenta, secondo l’analisi di Goodwin, la linea di frattura principale su cui si svilupperanno le tensioni interne alle società europee in un futuro più o meno immediato. La Brexit avrebbe rappresentato la prima faglia, per così dire, in un processo di frammentazione e conflitto che è appena cominciato. Anche in questo caso, i toni appassionati e i contenuti illuminanti hanno ceduto il passo alla speranza che il Professore avesse torto – e al forte timore che avesse ragione. Parole di confortante saggezza sul fenomeno dell’immigrazione sono state spese anche dal tanto osteggiato Primo Ministro ungherese, Viktór Orbàn, che ha posto la questione delle migrazioni come legata inscindibilmente alla decisione di una comunità di vivere secondo certi valori e con alcune persone anziché con altre. Il Primo Ministro Orbàn si è anche diffuso sull’importanza di avere classi dirigenti che guardino alle proprie comunità come alle proprie famiglie, cioè con l’amore e la dedizione di chi vuole lasciare spazi e comunità sostenibili alle generazioni future.
È proprio nell’agilità di simili spostamenti tra il piano politico e quello spirituale che NatCon ha rivelato tutta la sua importanza. Una seconda serie di interventi, infatti, ha rimarcato il bisogno di ritrovare i fondamenti di verità e valore che gli Stati nazionali d’Europa condividono. Il primo a esprimersi in questo senso è stato il Prof. David Engels (Istituto Zachodni di Poznàn) che ha ricordato, nel solco di una tradizione che risale allo storico romano Polibio, che le civiltà si sviluppano per età, come la vita di un individuo, e ha osservato che la fase terminale di una civiltà è tanto importante quanto il suo inizio, nella misura in cui può porre le basi della sua trasmissione. Così, il realismo richiesto nell’ammettere che la società europea, così come l’abbiamo conosciuta, potrebbe essere prossima alla sua fine ci richiama ad alcuni compiti imprescindibili: riscoprire la Cristianità come vera radice della nostra civiltà, a livello di devozione individuale quanto nella cultura pubblica; servirci di questa riscoperta come il criterio con cui ogni generazione deve decidere che cosa conservare e che cosa lasciarsi alle spalle; essere attivi nella sfera civile rimanendo consapevoli, secondo le parole di Tolkien, che la storia immanente è «il lungo dipanarsi di una sconfitta» e che il compimento della nostra vita condivisa è trascendente; supera le battaglie terrene, pure importanti, in cui siamo coinvolti.
A questo intervento hanno fatto eco le parole profetiche di don Benedict Kiely, sacerdote cattolico e fondatore di Nasarean, un servizio internazionale di supporto ai Cristiani perseguitati nel mondo, soprattutto nel Medio Oriente. Le premesse del discorso di padre Kiely, pronunciato in una sessione dedicata alla famiglia, sono state particolarmente affini alla visione dell’Associazione Gioberti: egli, infatti, ha messo in discussione sia la legittimità del concetto di Stato nazione, sia l’opportunità di assecondarne il potere. Le istituzioni statali, ha rammentato don Kiely, hanno subito un’evoluzione tale per cui non si limitano più a richiedere obbedienza, ma pretendono un’adesione attiva alle proprie politiche: le vicende del Covid hanno dimostrato questo fatto una volta per tutte. Sottrarsi a questa morsa, a suo avviso, è fondamentale per tutelare il rapporto tra fede religiosa e vita famigliare nell’Europa di oggi; allo stesso tempo, lo strumento e il luogo di azione fondamentale per questa battaglia, che è forse la più importante, è l’educazione – un’educazione non fine a sé stessa, ma rivolta a ristabilire una «cultura sacramentale» nelle nazioni europee, cioè un sistema simbolico condiviso, che renda visibile la Verità. Citando lo storico britannico Christopher Dawson e le ultime parole spese da papa Benedetto XVI su Mattatia Maccabeo come esempio di testimonianza pubblica, Padre Kiely ha salutato i suoi ascoltatori con un’ammonizione: la generazione contemporanea e soprattutto i Cristiani laici hanno un compito duplice, ossia ricevere e trasmettere la cultura classica e cristiana e, attraverso questa operazione, rispondere alla terza grande domanda della storia della nostra civiltà, ovvero «Che cosa è l’uomo?».
Se questa relazione è stata forse la più profonda, la più accorata tra le decine di interventi della due-giorni belga, a precederla, pochi minuti prima, era stato l’intervento non meno significativo della giornalista britannica Melanie Phillips, che da anni opera come corrispondente dal Medio Oriente, e che ha seguito da vicino la vicenda israelo-palestinese dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023. Dapprima ha osservato che Israele è lo Stato-nazione per eccellenza e, proprio in quanto tale, è oggetto di odio da parte della sinistra internazionale; da questa premessa, ha richiamato le osservazioni del Prof. Engels del giorno prima, per affermare che l’idea di libertà, totem tanto caro all’universalismo progressista, ha senso solo se è sostenuta da nozioni forti di religione e tradizione. Perdendo consapevolezza di questo, le forze conservatrici europee hanno perso la forza di concettualizzare il male e la capacità di proporre immagini credibili di sacrificio, resistenza e, dunque, pace. In retrospettiva, si può quasi dire che le parole di padre Kiely sull’urgenza di ritrovare una cultura sacramentale hanno dato veste teorica a quelle di Phillips, che ha sottolineato l’assoluta importanza, culturale e politica, di fornire alle persone degli strumenti per sentirsi a casa nelle proprie comunità. Se sembra ragionevole, come ha sostenuto Phillips, che gli Stati nazionali siano il migliore strumento a disposizione per affrontare questo sforzo, a noi dell’Associazione Gioberti piace che pensare che la tensione verso la libertà, la sussidiarietà e la verità si possa tutelare anche meglio in ambiti di autogoverno ben più ristretti e autentici di quelli dello Stato nazionale.
Se siete arrivati al termine di questo dispaccio, cari Amici, avete attraversato un resoconto davvero minimo, ma spero autentico, della quantità, qualità e densità degli stimoli intellettuali che NatCon Bruxelles 2024 ha offerto ai suoi partecipanti. Che cosa rimane – o meglio, in quale direzione ci sospingono questi stimoli? Certamente verso un luogo di libertà, una caratterizzazione che abbiamo già offerto per la nostra Associazione; ma anche verso un luogo di verità, in cui appartenenza e senso convergono. Rimane, dunque, il viaggio verso casa, la nostra patria al di là della Storia; rimangono le risorse che l’Associazione Gioberti, viaggiando attraverso l’Europa, raccoglie per approvvigionare questo viaggio e difendere i presidi di civiltà che ancora abbiamo su questo lato della Storia; resta il silenzio di chi spera in un approdo sicuro – il silenzio del treno da cui vi ho scritto questa sera.
Oxford, 17 aprile 2024
Alberto Garzoni
Presidente Associazione Gioberti
-
L’Associazione Vincenzo Gioberti si concepisce come un luogo di libertà. L’impegno dei suoi membri è radicato in una intuizione antica: la convinzione che le comunità crescono in maniera organica dal basso verso l’alto, dal piccolo al grande; che non si può vivere bene in un mondo globalizzato senza avere un nucleo di relazioni e dei luoghi che si riconoscono come sedi dell’intimità e della verità di sé, cioè una famiglia e una casa, o senza avere un punto di contatto con i saperi, lo stile di vita e le vicende dei propri antenati – cioè una patria. L’Associazione Vincenzo Gioberti nasce dalla percezione che questi presidi fondamentali di civiltà, che danno forma alla vita e caratterizzano profondamente l’identità degli Italiani, sono minacciati. Il pericolo a cui sono esposti è costituito da una combinazione letale: quella tra l’indifferenza, che rende inerti le coscienze, e l’erosione culturale operata dagli esponenti del pensiero unico, ovvero coloro che vorrebbero svincolare le persone da qualsiasi nucleo di valore e renderle più docili a poteri ‘alternativi’ come l’individualismo, il denaro, le ideologie dominanti (siano esse gender o green). Se non conosco personalmente i miei vicini, se non frequento il mio quartiere o il mio paese, sarò meno interessato a proteggere quegli spazi dalla sporcizia, dal degrado o dalla piccola criminalità. Se non ho familiarità con il territorio in cui vivo, se non ricordo che le montagne dietro casa sono state rese ospitali all’uomo – sono state civilizzate – dall’opera infaticabile di monaci e malghesi, di agricoltori e artigiani, forse mi darà meno fastidio vederle spopolate o esposte alla speculazione edilizia e turistica. Se non ho nessuno riguardo per il sacro e per la presenza pubblica di chi lo custodisce, non potrò sorprendermi che la cronaca riporti un numero crescente di aggressioni alla dignità di chi è più esposto alla violenza, come anziani, donne o minori. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, ma la logica non cambierebbe: se non conosco, non amo; se non amo, non ho nessuno stimolo a difendere – in questo caso, a difendere le libertà che sono insite nell’avere una famiglia, una casa e una patria, e tutto il bene che racchiudono: la libertà di essere e sentirsi sicuri; la libertà di disporre del proprio tempo, dei propri beni e dei propri talenti per servire le comunità in cui si vive; la libertà di affermare delle verità scomode; la libertà di comunicare agli altri la bellezza di cui facciamo esperienza. L’Associazione Vincenzo Gioberti resiste e vuole proporre un’alternativa robusta a questa logica di spreco. Perché non è giusto lamentarsi che il nostro paese declina culturalmente e politicamente, se non ci si impegna a valorizzarne la grandezza, che è visibile soprattutto nel piccolo – negli scorci di paesaggio, nelle eccellenze produttive, nei capolavori artistici nascosti, nella presenza capillare delle associazioni. Allo stesso modo, non è giusto denunciare la disattenzione della politica se non si ricorda che c’è un popolo, il popolo delle piccole patrie, che desidera far sentire la propria voce e tornare protagonista attivo nelle vicende del Paese, proprio a partire dai territori. Per questo, l’Associazione si adopera a promuovere occasioni di studio e di conversazione pubblica, perché si risvegli quella dedizione che fino ad oggi ha conservato le tradizioni, le culture e la civiltà delle genti d’Italia. Abbiamo deciso di intraprendere questa opera a partire dalla Valle Sabbia, la nostra valle prealpina incuneata tra il Lago di Garda e il Lago d’Idro, patria di fabbri, stampatori, intagliatori e studiosi di prim’ordine, e dalla Lombardia, la grande regione geografica e politica a cui questa valle naturalmente appartiene, perché «è casa il luogo da cui si parte», come scriveva il poeta Thomas Eliot. Ed è proprio una casa che vorremmo costruire: un avamposto, cioè una piccola postazione culturale da cui partire all’esplorazione; allo stesso tempo, un luogo sicuro e familiare per chi condivide la nostra visione, perché possa esprimersi senza temere il giudizio o la censura di chi non conosce, non ama e non ha interesse a difendere i valori e le libertà che tanto ci stanno a cuore. Lo faremo con iniziative concrete, pubblicizzate attraverso questo sito. Converseremo con illustri accademici attraverso un ciclo di conferenze organizzato con la Presidenza del Consiglio regionale della Lombardia; accompagneremo gli amici di +Valli TV alla scoperta dei tesori della Valle Sabbia; programmeremo e sogneremo ben oltre l’orizzonte di questo primo anno sociale. Ci dedicheremo a questi e altri progetti con i nostri interlocutori, se avranno la pazienza di ascoltarci e il desiderio di unirsi ai nostri sforzi; lo faremo, in ogni caso, per la nostra gente, sentendoci liberi di testimoniare la nostra identità, fieri di chi siamo e convinti che ciò che ha valore dura.
Brescia, 27 Ottobre 2023
Alberto Garzoni
Presidente Associazione Gioberti